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Riflessione di ottobre
TITOLO: XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
27/10/2013

Dopo averci raccomandato una preghiera insistente e fiduciosa domenica scorsa, Gesù, attraverso la parabola del fariseo e del pubblicano, precisa questa domenica qual è l’atteggiamento giusto e gradito da Dio dell’orante. Più che una parabola, questa è una lezione vitale, una storia esemplare. Quest’istruzione di Gesù sulla preghiera è anticipata nelle riflessioni del Siracide. Egli ricorda un principio tradizionale biblico(“Il Signore è giudice e non v’è presso di lui preferenza di persone”), e vi introduce il tema dell’efficacia della preghiera (“Non è parziale con nessuno contro il povero, anzi ascolta proprio la preghiera dell’oppresso… Chi venera Dio con benevolenza, la sua preghiera giungerà fino alle nubi”).
      

Il maestro di sapienza suggerisce poi quale deve essere l’atteggiamento di chi si rivolge a Dio. Chi prega si mette nella condizione del povero o dell’umile, che pone tutta la sua fiducia in Dio. Un eco di questa spiritualità biblica appare nel salmo responsoriale, introdotto dal ritornello:”Giunge al tuo volto, Signore, il grido del povero”. Nel vangelo vengono messi in scena al Tempio due personaggi contrapposti, nel loro modo di pregare o di rapportarsi con Dio: Il fariseo, ossia un osservante scrupoloso della Legge, un praticante fedele della religione, una persona pia per eccellenza; prega nella posizione corretta, secondo la tradizione giudaica ( in piedi, la testa alta e le braccia sollevate verso il cielo). Egli inizia con la preghiera più bella: l’azione di grazia. Solo che non ringrazia Yahweh per la sua misericordia e grandezza, ma per ciò che è lui, a differenza degli altri:” O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri ingiusti, adulteri”. Egli passa in rassegna i tre comandi centrali del decalogo che ha osservati fedelmente. Per fare risaltare meglio le sue benemerenze, egli sente il bisogno di denunciare tutti gli altri (ladri, ingiusti, adulteri) e il confronto col pubblicano gli serve per far notare a Dio che lui non è come quello. Ringrazia Dio per il bene che ha fatto e fa, per i meriti che accumula con alcune osservanze supplementari (digiuni e decime, riparando così i peccati di tanti miscredenti). Nella preghiera di quest’uomo sicuro di sé e della propria giustizia, che si sente perfettamente a posto con Dio e migliore degli altri, non c’è veramente ringraziamento a Dio. Se mai, Dio dovrebbe ringraziarlo. Invece il pubblicano, ossia un esattore delle imposte ( relegato dai devoti nel rango dei peccatori, a motivo del loro mestiere infamante e della collaborazione con l’occupante romano), non osa alzare gli occhi al cielo né sollevare le mani (vuote di opere buone e colme di abominazioni), le adopera semplicemente per battersi il petto come fa il penitente o chi è disperato. Egli ripete solo un’invocazione che richiama il salmo penitenziale davidico:”O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Ora, la conclusione è sconcertante. A differenza dell’altro, il pubblicano tornò a casa giustificato. Davanti a Dio è riconosciuto giusto il peccatore pentito rispetto al pio Giudeo osservante della Legge. La preghiera umile e sincera del pubblicano è la condizione per ottenere il perdono dei peccati. Dio non condanna certo le opere buone del fariseo, né tanto meno approva le disonestà dell’esattore. Semplicemente, la condotta buona dell’uno, il fariseo, si traduce in un atteggiamento sbagliato di fronte a Dio e nei confronti del prossimo, mentre la condotta peccaminosa dell’altro, il pubblicano, sfocia nell’atteggiamento giusto nella preghiera: non ha nulla di buono da offrire, non ha nulla da rivendicare, e quindi tutto da ricevere da Dio; la propria miseria gli basta e conta unicamente sulla grazia o misericordia di Dio.

Abbè Joseph Ndoum


TITOLO: XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
06/10/2013

La parola del profeta Abacuc, nella prima lettura (“Il giusto vivrà per la sua fede”), annuncia il tema della liturgia della parola di questa domenica. Al centro sta la fede. Come Geremia, il suo contemporaneo, Abacuc ( al tempo in cui il popolo d’Israele, sconfitto, era stato deportato in Babilonia, e alcune persone in Palestina vivevano nell’angoscia, vedendo attorno a sé soltanto desolazione e morte), è costretto a constatare il trionfo dei malvagi (violenza, liti, rapine e contese), mentre i giusti soccombono. Egli, con una supplica accorata a Dio, esprime il suo dolore con questa domanda: “Fino a quando, Signore…?” E’ una domanda che percorre tutta la Bibbia: perché gli iniqui hanno la meglio e i giusti sono quasi sempre calpestati?, perché Dio non interviene? c’è dunque un Dio giusto?.
      

Il profeta attende una risposta. E il Signore gli risponde con quest’ordine:“Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente”. L’invito a mettere per scritto la visione profetica fa capire che si tratta di una riposta importantissima e decisiva per il futuro. Questo documento scritto, con valore giuridico e pubblico, costituisce una promessa di speranza e un messaggio di fiducia: a chi vive nella giustizia è promessa la salvezza, perché la sua fede gli otterrà la protezione del Signore. L’oracolo trascritto dal profeta Abacuc dice così: “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”. Colui che non ha l’animo retto coincide con il superbo, l’arrogante e l’empio. Invece il giusto si identifica con colui che si fida di Dio e a lui si affida. Il brano del vangelo di Luca riprende questo tema della fede per mezzo di un breve dialogo tra Gesù e i suoi discepoli. Questi in forma di una umile preghiera gli chiedono: “Aumenta la nostra fede!”. La risposta di Gesù è inquietante: “ Se aveste la fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”. Se basta una fede grande come un granellino di senapa per questo tipo di miracolo, allora vuol dire che i discepoli di Gesù non hanno bisogno di un aumento della loro provvista di fede, ma hanno bisogno semplicemente di fede. Non ne hanno affatto. Forse e noi come loro. Infatti, risulta meno umiliante invocare:“Aumenta la nostra fede”, che riconoscere:“Non abbiamo fede”. Non si tratta di aumentare la fede in senso quantitativo, ma di avere una fede autentica, che può non solo far camminare le piante, ma riesce perfino a far camminare noi stessi. La fede non è quindi un possesso, ma una situazione da vivere, faticosamente, giorno per giorno. E’ un cammino, sempre diverso, da inventare quotidianamente. E quando la fede diventa armatura o saldezza interiore, si può affrontare serenamente e con coraggio le situazioni più difficili della vita. Tuttavia, la fede non ci dispensa dai problemi comuni degli uomini. Ci facilita, però, la strada, perché le dà un senso. Alla parola di Gesù sull’efficacia della fede, fa seguito una breve parabola circa il rapporto tra il padrone e suo servo. Gesù precisa quale deve essere l’atteggiamento del cristiano di fronte a Dio, cioè la sua identità:”Siamo servi inutili”. Il cristiano deve una radicale obbedienza a Dio senza accampare diritti e pretese. Nella tradizione biblica, colui che crede in Dio, a partire da Abramo fino ai profeti e alla Madonna, è sempre un suo servo umile e fedele. Abbè Joseph Ndoum (Ab 1,2-3;2,2-4) (2Tm 1,6-8.13-14) (Lc 17,5-10)